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lunedì 9 dicembre 2013

Noi non ritorneremo


Viaggiavo. Viaggiavo nervoso come le gomme della mia auto, sulla strada piena di buche e pozzanghere.
Era uno di quei rarissimi casi nei quali lo stereo era spento.
In macchina non succedeva mai.
Quel silenzio trasportò la mia memoria e le mie sensazioni a quei momenti dopo i litigi, con Lei, quando tornavamo a casa e non esisteva canzone da ascoltare.
L’incedere e lo scalare delle marce, il cigolìo degli ammortizzatori, il tintinnare dei vetri riempivano quella nostra guerra del silenzio.
La rabbia trasudava dalle maniche e dal colletto e marcava, via via e sino a quella che sarebbe stata poi la fine, il declino di un amore.
Scossi la testa e spazzolai via, alla meno peggio, quei putridi ricordi.
Parcheggiai davanti al market, che stava chiudendo, dove avrei trovato l’ennesima bottiglia consolatrice e ispiratrice di un nuovo breve sorriso.
Non portai dentro il portafoglio, gonfio e livido, che pareva vomitasse scontrini ingialliti, ma presi giusto i dieci euro che si affacciavano tra le varie cartacce.
Poi vidi la penna e si accese il solito pensiero di demenza poetica.
Ci scrissi sopra “Noi non ritorneremo”.
Sorrisi soddisfatto tra me e me ed entrai.
Una volta alla cassa Matteo non notò niente e fece scomparire la mia banconota speciale nel registratore.
Tornai a casa, mangiai una grossa fetta abbrustolita di pan con l’olio, strofinata con un po’ d’aglio, e sorseggiai il rosso sino ad ucciderlo un’ora dopo.
Il sabato e la domenica trascorsero tra grossi respiri, buona musica e qualche fotografia ai rami degli alberi denudati dall’autunno.
Riecco il lunedì, sempre puntuale, riecco le partenze all’alba verso il mio lavoro umile.
Così fu la mia vita per 3 anni.
La mia vita fatta di settimane messe in riga dalla routine, di pochi soldi incassati e di molti sogni logori e stagnanti.
Il mio appartamento aveva iniziato a farmi schifo.
Mi faceva schifo quel divano, unico pezzo di arredamento, e quelle seggiole così pacchiane.
Dopo 4 anni di forzata stabilità ero vicino al grande crollo. Di nuovo.
Mi guardai indietro, riaprii i miei diari, gli hard disk e tutti i canovacci delle mie opere incompiute.
Niente. 
Io, che senza tanti sforzi e senza studio volevo fare l’Artista ed essere d’esempio ai deboli ed ai sensibili, non avevo fatto un bel niente.
Ripensai alle occasioni di carriera di quando avevo 20 anni sulle quali avevo sputato sopra e, armandomi dei “se” e dei “ma”, cercavo di immaginare chi sarei diventato se avessi detto di “si” all’ufficio, a Milano, alla Germania, alla Spagna a Bologna o non so dove.
Mi vedevo con una bella macchina nuova, bianca, in un appartamentino in centro, a convivere, a bere cioccolato caldo o thè con una ragazza coi capelli sempre puliti e lisci.
Mi arrabbiai e mi facevo più schifo del mio divano e delle seggiole messi insieme.
Uscii.
Sentivo che l’unico modo era caricarmi della delusione, del vino, del milionesimo litro forse, e calmarmi. Dirmi che “andava bene così” che tutto era per Lei, per la nostra storia andata a male.
Il market non c’era più, adesso c’era un iper-store,  ad un paio di chilometri, con il reparto “cantinetta”, che ti pareva di essere un intenditore, col vino che arrivava da tutto il mondo.
Presi un Barolo da 90 euro.
Volevo capire una volta per tutte cosa significasse.
Andai alla cassa 24, c’era una cassiera bellissima e piena di fascino.  Mi ricordava Karen Dalton.
Con gran classe estrassi dal portafoglio il pezzo verde, il pezzo da 100, e pagai.
Ed eccoci.
Ci siamo.
Eccoci nel preciso momento in cui il destino ti picchietta alla spalla, vestito di grigio, e ti dice tutto della vita con una breve frase sospirata alla mente e all’anima.
La cassiera mi allunga i 10 euro di resto.
Quei 10 euro li.
Mi immobilizzo.
Il mio pollice destro, assieme all’indice sotto, stringe la banconota da un lato.
Davanti a me fa lo stesso lei, la cassiera, che legge la frase.
Mi guarda, sorride con gli occhi, e mi parla :
“Chissà dove andremo a finire.. eh, Walter”.
Mi svegliai.
Che sbronza.

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